logo

Ημερολόγια της εργασίας

Paesaggi

Seconda nave di questa tarda primavera a Naxos. Da un cumulo di legname ai bordi di un paese nell’interno dell’isola sono emerse alcune torniture, che forse costituivano le ringhiere di un soppalco alla turca demolito. Sono diventate una carena di nave, bianche come l’albero piegato dal vento fino a mostrare le radici. Fantasmi bianchi, accomunati nel colore, che evocano epoche lontane, quando ancora si poteva parlare di paesaggio.
Il paesaggio. Equilibrio estetico e morale tra le opere dell’uomo e la natura selvaggia. Il bello e il buono, come dicevano i greci. Il paesaggio come luogo della misura, testimonianza del tempo in cui l’umanita’ non saccheggiava il pianeta come invece si fa oggi, sempre di più’, con sicuro istinto suicida.
E’ arrivata una nave carica di paesaggi.
Azalas, Naxos, fine maggio 2018.

Venti e carene

Penso a quanto sia presente e protagonista il vento nelle mie navi, tutte a vela, dove gli alberi sono piegati e quasi sradicati nel seguirne la direzione. Il vento ha una forza simbolica di immutabilità: esiste, immutato, da sempre. Questa illusione di eternità si scontra però con una visione forse più comune del vento come destino, come forza incontrollabile che travolge e porta via. Il vento come “sempre” e il vento come ‘non più’.
Ci sarebbe molto da dire sulle carene delle navi: parti nascoste che normalmente non si vedono se non nei cantieri dove si curano le navi ferite.
Ho sentito parlare di una nave che aveva inserita in carena una trave sacra proveniente da Dodona. Questa sacralità della trave riporta ancora ad una estensione del tempo, laddove il tronco d’albero, prima di essere trave, fu semplice imbarcazione di chissà quale uomo antichissimo. Ricompare l’albero, come archetipo, sul fondo della mia nave, e annulla una volta di più la linea di separazione tra terra e mare. Storie di carene, cose nascoste che normalmente non si vedono.
Naxos, 3 luglio 2018

Le stanze naviganti

L’ultima nave, con quel susseguirsi di cellette e finestrelle come stanze, evoca trasferimenti di popoli, sempre comunque attuali. Ma le stanze sono soprattutto ambiti individuali, luoghi di memorie, ricordi di case vere dove si è vissuto e lasciate chissà dove, forse per sempre. Talvolta però la nave smette di essere luogo di temporaneo tragitto in esodi drammatici e diventa residenza stabile, luogo di monastica tranquillità. La nave come casa, con tutte le sue quiete stanze. Gli opposti si incontrano.
Poi ci sono altre navi, specie di palazzi galleggianti per turisti voraci. Ma le mie navi non si incontrano mai con quelle.
Azalas, Naxos, Maggio 2018

Sulla scia delle mie navi

Sempre sulla scia delle mie navi, procedo tra dubbi di rotta e gioie di piccoli e fortunati approdi estetici. La prora, la poppa, l’alberatura, le vele, il fasciame, la carena, il timone, la polena: su questi elementi fisici costitutivi si innestano le costruzioni simboliche, si organizzano e si snodano i racconti attraverso ingrandimenti, riduzioni, allusioni, sovrapposizioni, confronti, sostituzioni, citazioni.
La polena indirizza la corsa, con volto di asino o becco di uccello. Forse un gabbiano, o un migratore: appesa a mezz’aria la nave sta davvero volando (ma anche gli asini volano, come sanno bene i bambini). Per lo più le polene avevano volto di donna, il volto del desiderio inappagato. Anche per questo le mie polene sono sempre più grandi. Una presenza isolata a poppa ricorda il navigatore solitario. Quello famoso, che però non ha un nome. Un chiodo, un niente, nessuno.
Il naufragio in perenne divenire senza mai concludersi e’ il motivo conduttore sempre presente nelle fiancate lacerate e nella prua spalancata dall’urto delle onde. Bocca di pesce affamato. Un vomere d’aratro a prua ricorda che thalassa non è solo mare, ma vuol dire anche pianura. Volos e’ in Tessaglia. Da lì partì Giasone con i suoi Argonauti per il primo viaggio avventuroso della storia lasciando il certo per l’incerto. Lasciando il grano della Tessaglia per cercare l’oro. Di nuovo mare e campagna si confondono. Da tempo l’albero maestro e’ un albero vero, ormai. Eroe solitario e molto piegato dal vento della storia, con radici che affondano disperatamente nella tolda. Una fila di denti a prua, una coda sfrangiata a poppa come timone:pesci e navi hanno destini che si incrociano e si sovrappongono. Le vele sono sempre più piccole, come se la nave procedesse d’inerzia per una specie di forza intrinseca, o del destino. Le carene vivono separate, stanno per conto loro : una separatezza che poi è la loro vera natura di vita sommersa. Le bitte sulle fiancate ricordano gli ormeggi dei porti. Come se la nave attendesse l’arrivo di un porto e non viceversa. Punti di vista; storie di viaggi e di approdi impossibili.
Naxos, Azalas, luglio 2016

Da una lirica greca

Mi sono chiesto spesso quali fossero le ragioni di questo mio attaccamento alla Grecia, così forte che mi ha spinto a comprare una casa lì e a trascorrervi una buona parte dell’anno. Forse la ragione più vera sta in una lirica che ci lesse al liceo il professore di greco, uno dei pochi professori di allora, se non l’unico, umanamente ricco e anche per questo culturalmente determinante. Era la descrizione minuta e semplice del rapporto inconsueto tra un uomo solitario e un topo. La descrizione di una piccola cosa quotidiana, della quale però non si fatica ad intuire la grandezza potenziale. Da allora, della Grecia mi ha sempre attratto l’aspetto minimalista, il radicamento all’essenziale dell’esistenza che consente di scoprire, nel piccolo, una chiave di comprensione simbolica, morale e affettiva del grande mistero dell’esistenza.
Ci sono ancora, non so quanto dureranno, angoli del mondo dove permane il rapporto armonico dell’umano con la natura. In questo senso, nel senso del paesaggio come lo si intendeva storicamente, la Grecia resta un esempio forte. Persino Atene, che è sempre stata una metropoli, fino a poco tempo fa conservava nei suoi cafenion un’atmosfera analoga a quella che si poteva cogliere nei villaggi agricoli. Questo sconfinamento della campagna nella città, che altrove era tramontato da tempo, la dice lunga sul senso profondo di una civiltà come quella greca, profondamente legata alla Madre Terra come elemento primario. Forse non è un caso che a Nasso, l’isola che ho scelto, in uno stupendo angolo interno di campagna, esista un tempio dedicato a Demetra. Prima di Fidia, prima e dopo Fidia il Partenone e Costantinopoli, sono esistiti i villaggi greci e la scansione quotidiana di un’esistenza non ancora suicida.
Credo che anche il mio fare artistico nasca proprio da qui, da questa Grecia minimale. Non dalla Grecia classica, dal Partenone o da Costantinopoli, non dalla idealizzazione di un popolo greco “speciale”. La mia è stata solo l’occasione di cogliere, da una semplice lirica, ciò che mie servito per essere quello che sono. Da una lirica greca.
Cerro, novembre 2016

Πλοία

Το καράβι είναι πρωταρχικό σύμβολο του ταξειδιού. Η ζωή είναι ένα ταξείδι. Με μερικά ναυάγια. Το ίδιο το ναυάγιο μετατρέπει την ύλη. Όταν κάποιος ανασυγκροτείται σίγουρα δεν ξαναγεννιέται, αλλά προχωράει μπροστά με θάρρος, κουβαλώντας πάνω του όλη τη σαβούρα, που έχει γνωρίσει και υπομείνει, προσπαθώντας να ξαναεπινοήσει μία μορφή, να ξανανακαλύψει μιά πορεία. Κομμάτια ξύλου, ελάχιστες ιστορίες που μόνο μπορείς να μαντέψεις. Όταν μπούν μαζί, αρχίζουν και μιλάνε και σε θυμούνται, τότε που ήσουνα παιδί και έφτιαχνες μικρά καραβάκια με τα ψίχουλα. Ένα καΐκι υψώνει στην πλώρη του ένα κουτάλι. Ταξειδεύουμε για να μάθουμε, παίρνουμε ρίσκα για να φάμε. Μεταναστεύουμε. Αποικίζουμε. Κακομοίρηδες ή αργοναύτες, «cake walking babies from home» : τίτλος ενός παραδοσιακού κομματιού της τζάζ που ξαναβρήκα θεωρητικά και σε μία από της μηχανές μου του χρόνου, που μεταφέρει μιά παλιά ξύλινη κουτάλα. Αυτή όμως η γεύση δεν είναι ενθύμιο του Προύστ, ούτε εκστατικού φαγοποτιού. Είναι μονάχα κάτι καλό και όμορφο, έξω από τον χρόνο : το μυστικό του ταξειδιώτη που σώθηκε από τα κύματα. Εφτασε ένα σκάφος γεμάτο ψωμί.
Νάξος, 18 μαΐου 2012

Δέντρα

Μερικές φορές μας έρχονται στο νου οι ιστορίες κάποιων δένδρων που γεννήθηκαν στην ύπαιθρο και στα δάση και ξαφνικά αλλάζουν ζωή και αρχίζουν να ταξειδεύουν στις θάλασσες. Γίνονται κατάρτια στα παλιά καράβια. Ο αγρότης της ενδοχώρας φτάνει στο λιμάνι για να καταταγεί ναύτης κρατώντας ένα κασελάκι με τα λίγα τιμαλφή του, όπως διαβάζουμε στην εκπαιδευτική διαδρομή μιάς ζωής στο ναυτικό μουσείο της Βαρκελώνης. Παράλληλες διαδρομές, που ανατρέπουν την αντίθεση θάλασσα – ύπαιθρος. Ίσως γι’αυτό η ύπαιθρος είναι πιό όμορφη κοντά στη θάλασσα. Με αυτό τον τρόπο στο κεντρικό κατάρτι και στον πρόβολο φύτρωσαν κλαδιά, και παράλληλα ξεπήδηξαν και άλλα δένδρα–κατάρτια στο καράβι : εφτά κατάρτια, εννιά κατάρτια· ένα ολόκληρο δάσος εν πλώ. Η ζωή όμως τελειώνει, με την τελευταία καταιγίδα. Από τα υπολείμματα ενός ναυάγιου ακουμπισμένου στο βυθό της θάλασσας ξεπηδάει ένα μεγάλο δένδρο με όλα του τα κλαδιά απλωμένα, πάνω στα οποία κάθονται τα ψάρια.
Νάξος, Ιούνιος 2012

Τροχοί

Ο τόρνος είναι τροχός που γυρίζει. Η μητέρα όλων των τροχών. Τροχοί αμαξών, αυτοκινήτων, ρολογιών. Μια εικόνα διάχυτη ολόκληρης της ανθρώπινης τεχνολογίας. Δείχνει το πέρασμα από την προϊστορία στην ιστορία, που στην ουσία μέχρι πρότινος ήταν γεωργική εργασία. Τροχούς έχουν και οι δικές μου μηχανές του χρόνου. Τροχούς ξύλινους, από απλά παιχνίδια, που φέρνουν αναμνήσεις, συνδέουν κόσμους μακρινούς και διαφορετικούς, παρελθόν και μέλλον. Σ’αυτή την περιπετειώδη πλοήγηση γεμάτη αναλογίες και νοσταλγίες με οδήγησε, εν αγνοία μου, η παλιά μου αγάπη για τον τόρνο, μητέρα όλων των τροχών.
Cerro, 6/02/2013

Μικρές κατσίκες

΄Εφτιαξα ένα μικρό κοπάδι από ζώα που μοιάζουν ξύλινα παιχνίδια, όπως έφτιαχναν παλιά. Σκαρφαλώνουν στους τοίχους, μήπως να γλυτώσουν από τη σφαγή, ή μήπως είναι οι ψυχές τους που το σκάνε; Τα ζώα υποφέρουν όπως τα παιδιά: ένα παλιό παιχνίδι που μιλάει σιωπηλά.