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Diari di lavoro

Sulla scia delle mie navi

Sempre sulla scia delle mie navi, procedo tra dubbi di rotta e gioie di piccoli e fortunati approdi estetici. La prora, la poppa, l’alberatura, le vele, il fasciame, la carena, il timone, la polena: su questi elementi fisici costitutivi si innestano le costruzioni simboliche, si organizzano e si snodano i racconti attraverso ingrandimenti, riduzioni, allusioni, sovrapposizioni, confronti, sostituzioni, citazioni.
La polena indirizza la corsa, con volto di asino o becco di uccello. Forse un gabbiano, o un migratore: appesa a mezz’aria la nave sta davvero volando (ma anche gli asini volano, come sanno bene i bambini). Per lo più le polene avevano volto di donna, il volto del desiderio inappagato. Anche per questo le mie polene sono sempre più grandi. Una presenza isolata a poppa ricorda il navigatore solitario. Quello famoso, che però non ha un nome. Un chiodo, un niente, nessuno.
Il naufragio in perenne divenire senza mai concludersi e’ il motivo conduttore sempre presente nelle fiancate lacerate e nella prua spalancata dall’urto delle onde. Bocca di pesce affamato. Un vomere d’aratro a prua ricorda che thalassa non è solo mare, ma vuol dire anche pianura. Volos e’ in Tessaglia. Da lì partì Giasone con i suoi Argonauti per il primo viaggio avventuroso della storia lasciando il certo per l’incerto. Lasciando il grano della Tessaglia per cercare l’oro. Di nuovo mare e campagna si confondono. Da tempo l’albero maestro e’ un albero vero, ormai. Eroe solitario e molto piegato dal vento della storia, con radici che affondano disperatamente nella tolda. Una fila di denti a prua, una coda sfrangiata a poppa come timone:pesci e navi hanno destini che si incrociano e si sovrappongono. Le vele sono sempre più piccole, come se la nave procedesse d’inerzia per una specie di forza intrinseca, o del destino. Le carene vivono separate, stanno per conto loro : una separatezza che poi è la loro vera natura di vita sommersa. Le bitte sulle fiancate ricordano gli ormeggi dei porti. Come se la nave attendesse l’arrivo di un porto e non viceversa. Punti di vista; storie di viaggi e di approdi impossibili.
Naxos, Azalas, luglio 2016

Da una lirica greca

Mi sono chiesto spesso quali fossero le ragioni di questo mio attaccamento alla Grecia, così forte che mi ha spinto a comprare una casa lì e a trascorrervi una buona parte dell’anno. Forse la ragione più vera sta in una lirica che ci lesse al liceo il professore di greco, uno dei pochi professori di allora, se non l’unico, umanamente ricco e anche per questo culturalmente determinante. Era la descrizione minuta e semplice del rapporto inconsueto tra un uomo solitario e un topo. La descrizione di una piccola cosa quotidiana, della quale però non si fatica ad intuire la grandezza potenziale. Da allora, della Grecia mi ha sempre attratto l’aspetto minimalista, il radicamento all’essenziale dell’esistenza che consente di scoprire, nel piccolo, una chiave di comprensione simbolica, morale e affettiva del grande mistero dell’esistenza.
Ci sono ancora, non so quanto dureranno, angoli del mondo dove permane il rapporto armonico dell’umano con la natura. In questo senso, nel senso del paesaggio come lo si intendeva storicamente, la Grecia resta un esempio forte. Persino Atene, che è sempre stata una metropoli, fino a poco tempo fa conservava nei suoi cafenion un’atmosfera analoga a quella che si poteva cogliere nei villaggi agricoli. Questo sconfinamento della campagna nella città, che altrove era tramontato da tempo, la dice lunga sul senso profondo di una civiltà come quella greca, profondamente legata alla Madre Terra come elemento primario. Forse non è un caso che a Nasso, l’isola che ho scelto, in uno stupendo angolo interno di campagna, esista un tempio dedicato a Demetra. Prima di Fidia, prima e dopo Fidia il Partenone e Costantinopoli, sono esistiti i villaggi greci e la scansione quotidiana di un’esistenza non ancora suicida.
Credo che anche il mio fare artistico nasca proprio da qui, da questa Grecia minimale. Non dalla Grecia classica, dal Partenone o da Costantinopoli, non dalla idealizzazione di un popolo greco “speciale”. La mia è stata solo l’occasione di cogliere, da una semplice lirica, ciò che mie servito per essere quello che sono. Da una lirica greca.
Cerro, novembre 2016

Navi

La nave è un simbolo primario del viaggio. La vita è un viaggio. Con qualche naufragio. E’ lo stesso naufragio che trasforma la materia, che disintegra le forme. Quando si ricostruisce certo non si rinasce, ma si va avanti coraggiosamente portandosi appresso tutto il ciarpame, conosciuto e sofferto, per tentare di reinventare una forma, per riscoprire una via. Pezzetti di legno, storie minimali che puoi solo indovinare. Messe insieme si parlano e magari si ricordano di te, quando eri bambino e facevi piccole navi con la mollica del pane. C’è un caicco che inalbera a prora un cucchiaio. Si viaggia per conoscere, si rischia per mangiare. Si emigra. Si colonizza. Poveracci o argonauti, “cake walking babies from home”: un titolo del jazz tradizionale che ho ritrovato idealmente anche su una delle mie macchine del tempo, che trasporta un vecchio mestolo di legno. Ma questo sapore di cibo non è quello del ricordo proustiano, né dell’abbuffata rapinosa. E’ solo qualcosa di buono e di bello, fuori dal tempo: il segreto del navigante salvato dalle onde. E’ arrivato un bastimento carico di pane. Naxos, 18 maggio 2012

Alberi

Capita di pensare alla storia di certi alberi, nati nelle campagne e nei boschi, che improvvisamente cambiano vita e si trovano a viaggiare su e giù per i mari. Sono diventati alberi di navi: le navi di una volta. Così il contadino dell’entroterra se ne va al porto per arruolarsi come marinaio, con la sua brava cassa di poche cose, come si racconta in un itinerario didattico di vita nel museo navale di Barcellona. Itinerari paralleli, che sconvolgono l’antitesi mare – campagna. Forse è per questo motivo che le campagne più belle sono in riva al mare. Così all’albero maestro e al bompresso sono spuntati i rami, e intanto sono nati altri alberi sulla nave: sette alberi, nove alberi; una foresta in navigazione. Ma la vita finisce, dopo l’ultima tempesta. Da un relitto appoggiato al fondale spunta un grande albero con tutti i sui rami protesi dove si posano i pesci.
Naxos, giugno 2012

Ruote

Il tornio è una ruota che gira. È la madre di tutte le ruote. Ruote di carri, di macchine, di orologi. È un’icona pervasiva di tutta la tecnologia umana. Segna il passaggio dalla preistoria alla storia, storia che solo fino a ieri è stata lavoro agricolo. Anche le mie macchine del tempo hanno le ruote. Ruote di legno, di giocattolo semplice, che portano memorie, connettono mondi lontani e diversi, passato e futuro. Per queste strade avventurose di analogie e nostalgie mi ha condotto, senza saperlo, l’antica passione per il tornio, la madre di tutte le ruote.
Cerro, 6 febbraio 2013

Caprette

Ho costruito un piccolo gregge, animali che sembrano giocattoli di legno, come si facevano una volta. Si arrampicano sui muri forse per fuggire al macello, o forse sono già le loro anime che se ne vanno via. La sofferenza degli animali è come quella dei bambini: un vecchio giocattolo che parla in silenzio. Naxos, luglio 2011